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8 Agosto 2020

Quando ritrovarono i resti del Che


Ci gelò di sconforto Sapere a brutto grugno Che Guevara era morto (F.Guccini)

Fu il generale in pensione, Mario Vargas Salinas, testimone dell’assassinio di Ernesto Che Guevara senza indicarne il luogo esatto diede indicazioni del luogo dove ritrovare i resti del Che e di alcuni guerriglieri che con lui avevano partecipato alla guerriglia Boliviana, era il novembre del 1995 e secondo le rivelazioni di Mario Vargas in un primo tempo i boliviani pensarono che la cosa migliore fosse bruciare il corpo dell’argentino, ma per sopravvenuti intoppi alla fine decisero di seppellirlo. Vargas però non diede informazioni sul luogo preciso del seppellimento in quanto lo stesso avvenne in una notte con poca visibilità, ma questo bastò a dare il via alle ricerche nella vecchia della pista dell’aviazione di Vallegrande, cittadina a 240 km da Santa Cruz ma solo nel giugno del 1997 grazie anche al lavoro di geologi cubani vennero alla luce i resti mortali del Che che furono riconosciuti da fatto che era l’unico corpo seppellito senza le mani che furono amputate tre giorni dopo la morte e che vennero rubate da Felix Rodriguez, cubano anticastrista e agente della Cia che partecipò all’ ultimo interrogatorio di Che Guevara, e consegnate a Miami all’ agenzia Usa e di alcuni suoi compagni Il Granma dell’11 luglio 2017 L’11 luglio del 2017 il Granma organo ufficiale del PCC con questo articolo volle ricordare il rinvenimento dei resti mortali del Che pubblicando il racconto di quei momenti con le parole dei medici Jorge González Pérez e María del Carmen Ariet García, che furono ta i protagonisti della scoperta e della identificazione. – il 28 giugno 1997 cosa è successo? Quel giorno era sabato e come indizio per la ricerca avevamo la versione del conducente del trattore che aveva scavato la fossa dove era stato sepolto Che Guevara ed i suoi compagni. Così come avevamo deciso, abbiamo continuato i lavori, ma quella volta utilizzando una scavatrice più grande, di un’azienda che costruiva canali a Vallegrande e che ci avrebbe permesso di scendere di almeno un metro e mezzo dei due metri che dovevamo scavare e da lì in avanti continuare a scavare a mano. Eravamo alle prese con quelle opere quando verso le 9:00 del mattino, scavando nella fossa, il braccio della macchina scavatrice agganciò la cintura del Che, che era stato sepolto con la sua uniforme e così iniziarono ad emergere le sue ossa. – Come vi siete sentiti? Immagina come mi sono sentito, riuscii solo a gridare all’operatore dell’escavatore “Fermo! Fermo!” E immediatamente dissi a Héctor Soto di scendere in fondo alla fossa dove mi trovavo. Guarda Soto, lì, lì, ed indicai il luogo in cui era stato visto il primo osso. Gli dissi che era un radio, una radio, mentre l’antropologo non era d’accordo e diceva che era un’ulna, perché stava guardando in un altro punto nella fossa comune. Successivamente abbiamo appreso che quelle prime ossa appartenevano al guerrigliero boliviano Aniceto Reinaga. – In quale momento avete cominciato a pensare che avevano ritrovato il Che? Solo alla fine, perché in quel momento iniziale non si poteva essere certi di nulla. In totale furono rinvenuti 7 scheletri, il che coincideva con la storia. Il Che è stato il secondo ad essere trovato. Abbiamo sospettato fin dall’inizio che fosse lui perché i suoi resti erano gli unici coperti da una giacca verde oliva e poi abbiamo scoperto che non aveva le mani (tagliate al cadavere su ordine della CIA). Ricorda che sapevamo che l’unico corpo sepolto senza mani era quello di Che Guevara. Anche Héctor Soto contribuì molto, il quale, data l’informazione che la tomba poteva essere stata dinamizzata, chiese un bisturi e tagliò il tessuto per determinare se vi fosse un osso sotto, verificando che fosse un teschio. Mentre avanzavamo ulteriormente negli scavi, mise la mano sotto la giacca e verificò la prominenza delle arcate sopraciliari, che coincidevano con quelle caratteristiche sulla fronte del Che e verificò l’assenza di un molare superiore di sinistra, e anch’esso corrispondeva alla sua cartella dentale. Inoltre, incollati sulla giacca, c’erano i residui del gesso della maschera mortuaria che fu fatta al Che, per riprodurre lo stampo del viso. Tutte quelle prove già potevano confermare, che si trattava del capo della guerriglia. Abbiamo continuato a lavorare alla scoperta dei resti dei sette corpi, un periodo nel quale abbiamo avuto la collaborazione degli antropologi argentini, ai quali, su richiesta di Cuba, chiedemmo di tornare. Sono stati giorni molto intensi, di grande tensione, in cui non ci siamo allontanati neanche per un momento da quel luogo o dall’ospedale giapponese dove sono state portate le ossa dopo la loro esumazione il 5 luglio per l’identificazione. Posso dirti che nessuno ha dormito e controllavamo i resti, affinché non succedesse nulla. Per riposarci facevamo turni di due o tre ore di riposo e poi tornavamo nel luogo in cui si trovavano le ossa del Che e dei suoi compagni, ma mai le lasciavamo da sole. – Cosa hai provato in quel preciso momento della scoperta? Un grande sollievo, ero sbalordito. Immagina come ci si può sentire nel momento cruciale di così tanti sforzi. Sapere che da un punto di vista scientifico avevamo già raggiunto un risultato e il sentimento di aver potuto contribuire ripristinare un pezzo della storia della nostra Patria e del mondo è stato qualcosa di molto grande, di indescrivibile. Sapere, inoltre, che eravamo uomini e donne formati dalla Rivoluzione ad aver fatto questa scoperta, ci ha dato anche un grande conforto. –Che cosa potete dire dei resti che devono ancora essere trovati? Finora (2017) sono stati trovati 31 dei 36 guerriglieri scomparsi. Mancano quelli di Jesús Suárez Gayol, il primo a cadere. Sono stati fatti diversi tentativi di ricerca, finora senza trovarli. Rimangono da localizzare quelli di Jorge Vázquez Viaña, Loro, il cui cadavere fu gettato nella giungla da un aereo; di Raúl Quispaya Choque; molto difficile da trovare perché dove è sepolto hanno costruito una comunità; Benjamín Coronado Córdova e Lorgio Vaca Marchetti, che sono annegati, rendendo le ricerche molto complesse. In ogni caso, non interromperemo mai il processo di ricerca, questa è la nostra posizione. Ci sono altri tre combattenti boliviani: Inti Peredo, Antonio Jiménez Tardío e David Adriazola, che per la decisione della loro famiglia rimarranno nel paese andino. – Il 12 luglio 1997, Jorge González Pérez sei tornato a Cuba con i resti del Che e dei suoi compagni. Come hai percepito l’incontro di Fidel con suo fratello combattente? Sebbene quel giorno non ho potuto parlare con Fidel a causa della solennità del momento, sentii il dolore e il ricordo della perdita. Era come se lui tornasse a rivivere i momenti vissuti accanto al Che

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