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15 dicembre 2018

Napoli nel ricordo


Luigi paneLa mia Napoli è un ricordo fatto di voci lontane con il sapore delle cose andate.
Io sono nato in uno dei più popolosi e rumorosi quartieri di Napoli il quartiere Vicaria. (e te pare poco?)
Come vi dicevo il mio era un quartiere rumoroso e popoloso, tutti strillavano per i più svariati motivi. La signora del terzo piano strilla con la signora del quarto piano , perché la piante sgocciolavano su i panni messi ad asciugare, il portinaio strilla con con i bambini perché in cortile non si gioca a pallone, il venditore di cipolle strilla per vendere la propria merce, e sopra di tutti la radio, la radio come un incubo aleggia sopra tutti, ma non una radio, mille radio su mille canali diversi che sparano note di vecchie e nuove canzoni napoletane, ma ditemi se po’ ffà sta vita?

La domenica

La domenica era un vero e proprio supplizio, avessi avuto un fucile avrei fatto una strage, ma dico io una volta tanto che un povero cristo può dormire un po di più sembrava che si facesse a gara e chi doveva svegliarlo per primo, in genere la medaglia d’oro spettava a i “vattienti” della Madonna dell’arco. Chi sono costoro ? Vi chiederete. I vattienti sono persone di ogni età che, per un voto fatto il giorno del Lunedi dell’angelo, si recano scalzi al santuario della Madonna dell’arco, e sin qui niente da ridire, ma perché coinvolgere un intero quartiere? E si perché questi signori dedicano le loro mattinate domenicali alla raccolta di fondi; un vero e proprio incubo, t’arrivano sotto la finestra strillando O’ NE ‘ A MARONNA la prima cosa che ti viene da dire è CA’ NUN T’APPICCE ( che non ti da fuoco). Subito dopo arrivava Vittorio o femmeniello venditore di tortanielli, il dedicarsi alla produzione e vendita dei tortanielli era prerogativa esclusiva dei femmenielli che con Vittorio dividevano il basso; Vittorio arrivava al grido di “BOLLONOOOOO” qualcuno si affacciava e iniziava una trattativa: “ma son caldi ?” (cazz ma allora oltre che scemo sei pure sordo è un ora che strilla BOLLONOOO) -“quanti ne vuoi?” – “no, non ho il resto da darti”,e così via. A parte il fatto che il tortaniello è un vero attentato al fegato, in quanto trattasi di una pagnotta unta con strutto e imbottita con scarti di salumi vari di scarsa qualità, la ricetta è simile a quella del tortano . Vittorio era un vero flagello di Dio perché quando non vendeva tortani vendeva panocchie lesse e quando non vendeva pannocchie vendeva castagne lesse, insomma era un vero e proprio scassa cazzo.

La saga degli scassa cazzi continuava con il venditore di noccioline americane che girava con un carrettino emettendo un fischio micidiale e intanto strllava “nocelle, nocelle americane” (perché esistono anche le nocelle tedesche?)e poi era la volta del pianino che almeno non strillava ma diffondeva nell’aria le sue note e intanto il quartiere si era svegliato e dagli di radio a tutto volume e di conversazioni fatte da balcone a balcone sul che si mangia oggi e sullo stato di salute.

La Monnezza
Pare che la ricchezza di un popolo si veda dall’immondizia che produce, se questo è vero io sono nato in un quartiere ricchissimo, la monnezza abbondava dappertutto, in modo particolare, nel mercatino rionale di via Ferrara che a fine giornata si presentava con un lastricato di vari colori composto da scarti di verdure e scarti di pesce con un olezzo che a volerlo vendere lo etichetteremmo “EAU DE MUNNEZZ“. La via Ferrara di sera veniva spogliata della sua ricchezza e nell’ aria rimaneva solo O’ DE MUNNEZZ, la cosa che mi ha sempre stupito è come mai non ci siamo presi tutti quanti il tifo o un’altra delle innumerevoli malattie.

O’ GUAPPO
Come tutti i quartieri di Napoli che si rispettino anche il mio quartiere aveva il suo guappo. Il guappo è una figura a meta’ tra il malavitoso e il giustiziere, e’ quello a cui ci si rivolge quando c’è un problema, quello che interviene nelle dispute, insomma uno che non si fa i cazzi suoi. Il nostro guappo non era proprio il massimo della vita, diciamo che era un guappo di cartone che perse durante la festa della Patrona del quartire quel poco di credibilità che si era guadagnato. Ricordo la festa di S.Anna, fu allestito un gran palco dove a turno si esibivano vari cantanti sotto gli occhi compiaciuti del guappo e arrivati al momento clou della serata salì sul palco il pezzo forte, il cantantone presentato direttamente dal guappo “AURELIO FIERRO“. Adesso non so se tutti avete presente Aurelio Fierro un simpaticone con la faccia tonda, in verità era tutto tondo e quando con voce commossa annuncio vi canterò “Quando ero piccirillo”noi ragazzi impertinenti non potemmo fare a meno di dire in coro “eri na’ palla e’mmerda“; quello per il guappo fu un offesa gravissima che andava subito regolata, non si deride il pupillo del guappo. Ricordo che diventò paonazzo e strillando ” Chi s’è permesso” avanzò verso il centro del palco con le mani sui fianchi tenendo volutamente la giacca aperta in modo che si vedesse la pistola infilata nella cintura dei pantaloni (era il periodo che le pistole calibro ventidue si acquistavano sui giornali a Napoli le avevano cani e porci) ma il fato volle che inciampasse su un’ asse sconnessa, ma non cadde fece appena un saltello, quanto bastò per far partire un colpo che gli colpì di striscio i genitali. Fu portato via tra le risate a mezza bocca del pubblico. Quella settimana il quartiere giocò a lotto O’ Guappo, A’Pistola e A Figura E mmerda, incredibilmente uscirono i numeri corrispondenti e…ancora una volta il guappo si confermò un benefattore per il quartiere ma questa volta nessuno osò ringraziare.

La Cantina
Cos’è la cantina? non credo che esistano ancora le cantine per come le abbiamo conosciute noi.
La cantina è l’equivalente dell’osteria; nel mio quartiere le cantine non si contavano, la nostra preferita era in via Nazionale la Cantina O’spagnuolo: era buia sporca e polverosa. I tavoli erano di marmo – in origine dovevano essere bianchi, ma il passare del tempo e l’unto della pezza che il padrone portava alla cintola e che ad ogni nuovo avventore passava sul tavolo, hanno contribuito al cambio di colore, oggi non ci passerei neanche vicino.
Per noi quella era il massimo della vita, nella cantina si consumava prevalentemente vino, ma molte erano dotate anche di cucina, noi per stare nel sicuro il mangiare lo portavamo da casa o ci rifornivamo dal pizzaiolo di fianco alla cantina che faceva degli ottimi fritti. Si vocifera che usasse olio di macchina per friggere.
Il padrone della cantina era Franco detto o’ cafone perché non era di Napoli ma un immigrato dalla provincia. Franco era molto cortese con tutti tranne che con noi che non perdevamo occasione per sottolineare che era un immigrato, forse sarà per questo che non ci ha mai pulito il tavolo, non voleva sottomettersi. A suo dire Franco era un mago del Vino e in seguito abbiamo anche scoperto il perché, infatti la cosa che ci stupiva era il fatto che aveva un grosso smercio di vino, delle botti in legno enormi e si sentiva anche puzza di vino, ma nessuno aveva memoria di quando era stato scaricato l’ultimo carico di vino. Franco passava giornate nel seminterrato a curare il vino lasciando a gestire la cantina alla moglie che vendeva anche di più “potenza delle zizze che la signora mostrava generosamente agli avventori” infatti quando c’era Franco la cantina era un mortorio, mentre si animava miracolosamente quando c’era la moglie. Ma un brutto giorno il fato volle che la moglie dovesse allontanarsi per un attimo solo per un attimo lasciando la figlia in nostra custodia, povera anima innocente nelle nostre mani, fu un attimo e gli facemmo il terzo grado, la prima domanda fu: – “Nenella a zio dimmi dov’è papà?” la risposta fu pronta – “sta facendo o’vino” ; andammo subito a controllare…..ebbene si Franco stava facendo il vino, fu sorpreso tapinamente con secchio acqua e cartine che mescolava il miglior vino del quartiere.

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